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Genocidio a Gaza, Shoah e memoria distorta dell’Occidente

Articolo di Giovani Palestinesi d'Italia


 

Per anni come palestinesi in diaspora abbiamo evitato di affrontare la questione della Shoah nel suo legame specifico con la questione palestinese. Ciò è accaduto perché nel contesto politico e culturale italiano e occidentale non sussistevano condizioni oggettive tali da favorire un’aperta, matura elaborazione di tale problematica senza incappare in inutili, se non controproducenti, contrapposizioni.


Gli avvenimenti scatenati il 7 ottobre dalla battaglia del “Diluvio di Al-Aqsa” ancora in corso, hanno determinato spazio concreto per un dibattito necessario e consapevole su Shoah e Palestina, non più rinviabile a causa dell’aggressiva decontestualizzazione della questione palestinese operata dalla narrativa mainstream che riduce il momento attuale ad un irrazionale, inspiegabile antagonismo tra palestinesi ed ebrei: un racconto, disonesto e manipolatorio, finalizzato a configurare la criminalizzazione per antisemitismo di qualsiasi tentativo di critica antisionista e anticoloniale.


Questa riflessione si fa ancora più urgente oggi, a seguito dello sconcertante intervento di organi governativi nel vietare e poi differire manifestazioni di denuncia del genocidio in corso a Gaza in numerose città italiane proprio perché ritenute inopportune svolgendosi in corrispondenza del giorno della Memoria.


Ebbene, il parallelo tra Nakba e Shoah si impone per due ragioni.


Innanzitutto, per l’esigenza di rendere comprensibile agli occhi dello spettatore occidentale il genocidio del popolo palestinese, in considerazione del fatto che la Shoah è ritenuta genocidio per definizione. La necessità di un confronto con la Shoah deriva proprio dall’eccezionalità con cui è espressa sul piano narrativo: sul significato a essa attribuito nei Paesi occidentali, escludente stermini di altri popoli, ritorniamo dopo. 


La seconda ragione risiede nel fatto che il Sionismo ha utilizzato politicamente la Shoah come arma di legittimazione sia difensiva che offensiva, sfruttandone conseguenze morali e materiali per accelerare il proprio progetto coloniale che, però, precede di gran lunga Nazismo e Seconda Guerra Mondiale. Il Sionismo si proponeva di rifondare l’identità ebraica assurgere ad agente in nome e per conto del popolo ebraico. Al di là del fatto che il Sionismo e Israele in quanto realizzazione statale del suo progetto coloniale abbiano poco a che fare con l’ebraismo, e non rappresentino le vittime della Shoah, è evidente che il paragone tra Nakba e Shoah introduce un interrogativo semplicissimo agli occhi del mondo: come può chi pretende di rappresentare il popolo ebraico essendo testimone della sua tragedia esercitare, a pochi anni di distanza, un’oppressione sistematica ai danni di un altro popolo?


Tralasciando per ora entità e modalità dell’oppressione sionista sui palestinesi, preme qui soffermarci sugli elementi che emergono logicamente e storicamente da quanto sinora espresso. Nell’elaborare un’analisi comparata tra Nakba e Shoah da parte palestinese non c’è alcun intento negazionista, dal momento che negando il fatto si negherebbe il paragone. Inoltre, non v’è alcun intento a far prevalere la propria tragedia sulla Shoah, se non sul piano dell’attualità; anzi, il ricorso alla Shoah come metro di paragone ne conferma il valore.


Nella cultura e nella coscienza collettiva palestinese non solo si riconosce la Shoah ma ci si è impegnati a recepirne l’eredità storica e morale:

Dalla riflessione palestinese sulla Shoah viene fuori un’altra domanda semplice, ma che, se debitamente approfondita, nasconde forse il nocciolo della questione: perché la Shoah viene usata contro di noi come arma politica se noi, storicamente, siamo estranei alla Shoah stessa, all’antisemitismo, al Nazismo?


La questione della Shoah va invece riportata e affrontata nel suo idoneo contesto, ossia quello dell’Europa e dell’Occidente capitalistico, democratico e liberale. In questo scenario, infatti, l’interpretazione della Shoah, ben distinta dal processo storico reale che è dato e perfettamente coerente, si basa su due enunciati fondamentali che, nell’assolutizzazione promossa dall’Occidente e dal Sionismo, sono tra essi contraddittori. Il primo considera la Shoah un evento eccezionale e irripetibile. Il secondo afferma che la memoria della Shoah va preservata affinché non si ripeta.


Assumendo tali enunciati come validi in assoluto, risulta che la fondatezza dell’uno esclude quella dell’altro. Se la Shoah è eccezionale e irripetibile, non c’è nessun rischio che si ripeta, e dunque la memoria è inutile. Al contrario, se la memoria è utile, la Shoah non è né eccezionale né irripetibile, almeno non più di qualsiasi altro evento storico.


Il caso riportato nel primo enunciato è quello che si è realizzato storicamente. La musealizzazione della Shoah, la sua riduzione a evento eccezionale, isolato dagli altri, ha menomato la memoria, che nel suo esercizio ha bisogno di far dialogare costantemente passato e presente. Una memoria riferita alla Shoah deve necessariamente mettere a confronto gli avvenimenti presenti con quell’evento specifico, proprio perché non è e non può essere concepita come antidoto a quel solo Olocausto, ma contro i principi ideologici e i fenomeni che nella storia attuale riemergono simili. Solo da questo confronto attivo con la Shoah divengono riconoscibili sterminio e annientamento, ma un simile riconoscimento non può avvenire se non c’è nessun punto di contatto o, peggio ancora, se per Shoah si intenda far riferimento a un avvenimento i cui effetti e insegnamenti risultino appannaggio esclusivo di un solo popolo. L’errore implicito è confondere tale processo comparativo, senza il quale la memoria non esiste, con un processo di svalutazione o di negazione. È un errore che anche l’ANPI commette: rigettando qualsiasi tipo di riferimento ad altri stermini ancora in corso mentre si celebra il Giorno della Memoria, non solo si avalla l’idea che esistano tragedie “di serie A” e di “serie B”, ma si rinnega anche il valore educativo della Shoah stessa in chiave prospettica.


Al contrario, mettere in relazione la Shoah con altri eventi non ha alcun intento di svalutazione o di negazione della sua specificità e portata. Che esista un’esperienza incommensurabile, sia essa quella degli ebrei o dei palestinesi, è un assurdo storico. Solo un senso storico difettoso, come quello dei vari Mieli, può avere la pretesa di mettere un unico evento sul trono della storia. Marchiare il Nazismo e la Shoah come “eccezionali” li ha isolati dalla Storia, pregiudicandone la comprensione: lo stesso non deve accadere con Nakba e Sionismo. 


La domanda da porsi non è perché Israele, in quanto Stato ebraico, abbia potuto commettere crimini ai danni dei palestinesi comparabili a quelli attuati dai nazisti. La vera domanda è come sia possibile che l’Occidente non abbia compreso nulla o quasi del Nazismo, quindi del Sionismo oggi. Lo si osserva in Palestina, lo si vede nel mondo con l’avanzata delle “nuove destre”. Il fatto che si tende ad ignorare, e che dovrebbe essere portato al centro del dibattito, è che Nazismo e Sionismo affondano entrambi le radici in Occidente.


Al termine del suo secondo grande conflitto, gli Stati occidentali hanno voluto siglare una pace per sottrazione, per distacco dal fenomeno mostruoso della guerra e dalla Shoah. Così hanno costruito la pace su un abisso, poiché l’unica pace sicura è fondata sulla comprensione della guerra e dei suoi orrori nel loro senso, nella loro dinamica intima e infine nelle loro cause. Rispetto a una pace siffatta, non solo la guerra e le tragedie sono destinate a riemergere, ma sono destinate a farlo sempre più brutalmente. Vale la pena sottolineare che la pietra angolare di questa pace è la memoria. Bisognerà sondare la pietra in cui è scolpita tale memoria. È una memoria friabile, che invita all’oblìo con la sua massima che suona: «ricordati di dimenticare la guerra e i suoi olocausti, la guerra è un mostro che non deve svegliarsi, non guardarla».


Questa memoria ha agito come proiezione inesplicata di massacri, ha fatto da spaventapasseri della ragione e non da alimento. Quelle immagini sono servite più ad allontanare e a nascondere il delitto che non a far penetrare lo sguardo nella matrice profonda del crimine.


L’Occidente ha avuto una lunga “pace” non perché abbia compreso e sviscerato ciò che è accaduto nelle due guerre e, tantomeno, la Shoah, non perché si sia immerso nella propria storia e nella propria coscienza, ma per semplice paura, per la distensione meccanica che segue al trauma.


Nella Nakba, come nella Shoah, la scienza supera l’odio nella pianificazione sistematica dello sterminio. Il volto della pulizia etnica non è quello mostruoso degli istinti primitivi, bensì quello pulito della civiltà. 


L’Occidente, soprattutto l’Italia, ha voluto liquidare – questa, sì una riduzione – il Fascismo e il Nazismo come “malattie inspiegabili”, “catastrofi naturali” spuntate fuori dal nulla che hanno macchiato il candido volto della civiltà. Il Fascismo, il Nazismo e la Shoah in quanto loro effetto delittuoso sono stati relegati a tabù, al non detto, solo per nascondere la questione fondamentale che fa crollare non solo il mito di Israele come unica democrazia del Medioriente, ma il mito dell’Europa e degli Stati Uniti come patria della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza.  


È infatti proprio quel sistema internazionale “riformato” e pacificato, costruito sulle rovine della Seconda guerra mondiale, nell’utopia della “decolonizzazione”, di una nuova era di democrazia e diritti e nel rifiuto degli orrori dei totalitarismi appena sconfitti, che paradossalmente riproduce e legittima ancora lo sfruttamento e l’oppressione coloniale, avallando la Nakba e garantendo al Sionismo riconoscimento politico e impunità politica.


Diventa chiaro, allora, che Fascismo e Nazismo non sono una manifestazione degenerata della cultura Europea, ma ne costituiscono il volto più autentico. Dove nascono Fascismo e Nazismo? Da dove hanno attinto i loro mezzi ideologici, culturali, scientifici e tecnici per compiere lo sterminio? Forse, ma la nostra è solo un’ipotesi che farà inorridire gli storici di professione, dagli Inglesi e dai Francesi, prima ancora da chi sterminò i popoli nativi dell’America. Non erano forse già ben diffusi i campi di concentramento in Africa e nei tre quarti del globo vessati dal dominio coloniale? Non veniva già lì attuato l’annientamento e lo sterminio sistematico dei popoli in nome del progresso e della razza? Abbiamo già perso memoria dei 10-20 milioni di congolesi sterminati sotto il dominio coloniale belga di re Leopoldo?


Il segreto dell’Occidente è sempre stato sotto gli occhi di tutti, eppure è sempre stato preso come contingente, come un fatto casuale, mentre la Palestina lo rivela come elemento fondante e costitutivo: l’unica legittimità delle democrazie liberali, ovvero la loro capacità di garantire ai propri sudditi la sicurezza e il maggior prolungamento dell’esistenza fisica e, in certi casi, il benessere e la comodità, ha effetto unicamente se si annienta e si deruba il resto del mondo, e non potrebbe essere altrimenti. Ciò che l’Occidente antisemita non ha accettato della Shoah non è il vile sterminio del popolo ebraico, ma che la violenza sistematica e scientifica, fino a lì esercitata impunemente dalla civilizzazione europea contro i popoli barbari per sottometterli e dominarli, venisse impiegata in maniera così palese e atroce nello spazio di civiltà che si voleva pacificato.


È importante leggere il “Discorso sul colonialismo” di Aimé Césaire:

"Varrebbe proprio la pena di studiare, clinicamente, e nel dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto umanista, cristiano del XX secolo, che egli porta dentro di sé un Hitler nascosto e rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, l’umiliazione dell’uomo bianco, il fatto di aver applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che fino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei neri dell’Africa."

Chi veramente crede ed esercita la Memoria, chi veramente ha vissuto profondamente nella coscienza l’esperienza della Shoah, giunge necessariamente a queste conclusioni, non certo alle vili accuse e illazioni che ci vengono rivolte dai nemici sionisti e dalle comunità sioniste in Italia, visto che chiamarle ebraiche è un insulto ai valori fondamentali dell’ebraismo e alla persecuzione degli ebrei attuata da oltre cinque secoli e tuttora evidente.


Non è un paradosso che chi sostiene Israele e il Sionismo e si serve della Shoah come arma politica poi vada a braccetto con nazisti e fascisti, mentre noi li abbiamo sempre combattuti e condannati in diaspora. Non è un paradosso che accusino noi di antisemitismo. Noi che, come tutti i palestinesi e tutti i partiti della resistenza, combattiamo gli israeliani non in quanto ebrei ma in quanto colonizzatori affini ai veri antisemiti, a quelli che ostentano il braccio teso e la svastica.


Niente di tutto ciò è un paradosso perché, e a questo punto va detto senza mezzi termini, il Sionismo è un prodotto della medesima cultura Occidentale che ha prodotto il Fascismo e il Nazismo, non ha nulla a che vedere con l’ebraismo e con la Shoah. Questo è il punto cruciale.

Dire che è legittimo il paragone tra Nakba e Shoah non tocca il nodo fondamentale; ugualmente non lo tocca criticare l’utilizzo della Shoah per occultare e giustificare i crimini del Sionismo.Chi ha commesso la Shoah? Quale ideologia e società commette tutti gli Olocausti? È qui che s’incrina il pettine.


Adolf Eichmann si giustificò dicendo di aver agito secondo la morale kantiana. Come si giustificheranno gli Eichmann di oggi? Diranno che hanno sempre celebrato il Giorno della Memoria? Non c’è nessuna morale in questa giornata da tirare in ballo come scusa. Nessuna morale ci può essere dove si fissa un momento prima del quale tutto è cancellato e dopo il quale nulla può essere preso in considerazione e, si badi bene il vero paradosso, sono talmente abituati a questa lente che la applicano pure al 7 ottobre: vi è traccia alcuna di 75 anni prima di quel giorno? Ci sono stati oltre 25mila morti e una distruzione senza precedenti nella storia dell’umanità immediatamente dopo? No. Allora, non è nemmeno una questione di numeri o di scala: i morti palestinesi stanno a quelli israeliani come l’eccezionale Shoah sta alla modesta Nakba; dunque, si tratta di una posizione ideologica e politica ben precisa dell’Occidente, che non cambierebbe nemmeno se in Palestina venissero replicati fedelmente i campi di concentramento. Perché alla fine si chiede questo, per provare che la Shoah si sta ripetendo; perché non si ripeta si deve ripetere. A questo è giunta la folle razionalità dell’Occidente e dei suoi tribunali.


Per fortuna ci ricordiamo bene come è stato sconfitto Hitler.




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