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IERI PARTIGIANI OGGI ANTICAPITALISTI

Le riflessioni che seguono sono frutto di confronto collettivo sulla esperienza resistenziale soprattutto alla luce della situazione odierna. Partiamo, però, contestualizzando politicamente ed economicamente quegli accadimenti.



 

Premessa storica di inquadramento


I rivolgimenti che avevano accompagnato la fine della Prima guerra mondiale sono una delle migliori dimostrazioni di quanto le contraddizioni, intrinseche al sistema capitalistico, siano, ieri come oggi, difficilmente gestibili dalla stessa classe padronale e dai suoi apparati politici.

In Italia, la devastante crisi economica, sociale e politica seguite al conflitto imperialista, aveva contribuito alla accelerazione di avvenimenti di tale portata da rivelarsi fatali ai vecchi ceti del notabilato liberale.


Il fascismo nasce e si afferma in questo contesto, unendo elementi appartenuti a tradizioni politiche preesistenti, con i miti, le esperienze e gli stati d'animo generati dalla guerra. Il movimento di Mussolini ebbe la sua base convinta tra gli strati di quella borghesia piccola e media borghesia profondamente inquieti, secondo Gramsci, per molteplici motivi: la fine della propria funzione produttiva ad appannaggio del capitalismo finanziario nella nuova fase di sviluppo imperialista; la crisi economica ed il fenomeno della proletarizzazione dei ceti medi; la "vittoria mutilata" e la smobilitazione alla fine della del conflitto mondiale.


Il fascismo fu, per la borghesia, industriale e agraria, un formidabile strumento di repressione delle istanze di cambiamento sociale che avevano preso forza durante il biennio rosso (1919-1920). A tali istanze di cambiamento si opposero, nelle campagne come nelle città, le formazioni paramilitari fasciste che, sostenute economicamente dai padroni, ereditarono la tradizione dell’arditismo applicandola alla guerriglia contro le organizzazioni dei lavoratori e contro chiunque si opponesse allo sfruttamento padronale. Una volta salito al potere, Mussolini si impegnò a colpire le diverse componenti politiche del movimento proletario che vennero decimate e disorganizzate. Saranno gli apparati del regime, con una meticolosa azione repressiva, a smantellare anche la direzione e i gangli fondamentali della macchina organizzativa del Partito Comunista d’Italia, nato il 21 gennaio 1921.


Se è vero che il fascismo, prima movimento e poi partito, godette dell’appoggio della classe padronale, tale sostegno non fu lineare ed univoco nei tempi e nelle modalità variando a seconda degli interessi economici interni alla borghesia. Fatta questa precisazione, la borghesia finì comunque nell’individuare nel fascismo una possibile risposta alla crisi della propria struttura produttiva: basti qui ricordare la teoria mussoliniana di una politica estera ispirata al mito della potenza e della grandezza nazionale che, con i suoi obiettivi di espansione imperialista ,avrebbero dato all’Italia quelle colonie utili per il reperimento di materie prime e per la produzione di sovraprofitti con cui regolare anche i rapporti sociali in patria. Una politica estera che avrebbe utilizzato, come poi accadde, la guerra come strumento per i gruppi imperialistici che si contendevano il dominio del mondo.


La Seconda guerra mondiale e l’anno della svolta.


Dopo la conquista della Etiopia del 1936, l’Italia, con il roboante discorso pronunciato da Mussolini, entrò in guerra nel giugno del 1940, credendo di condurre, una “guerra parallela” a quella- trionfale nella prima fase- dei tedeschi. Il duce sperava di strappare il bottino maggiore pagandolo ad un prezzo accettabile.

La Seconda guerra mondiale fu, invece, un enorme massacro per la spartizione del mercato mondiale. Un conflitto che estese a tutto il globo lo scontro grazie alla mobilitazione, massiccia, delle masse.

Le iniziative militari italiane si risolsero in una serie di insuccessi che assunsero in Russia, dopo la sconfitta tedesca a Stalingrado e la ritirata, le dimensioni di un vero e proprio disastro. In Italia la situazione divenne molto difficile per la popolazione: iniziarono anche i primi bombardamenti a tappeto sulle città che hanno gli obiettivi di seminare il panico, destabilizzando il sistema politico per accelerare lo “sganciamento” dell’Italia dall’alleato tedesco.


Nonostante dal 1919, con l’appoggio del movimento fascista prima e con l’azione repressiva del governo di Mussolini poi, fossero state disarticolate tutte le organizzazioni rivoluzionarie ed il movimento operaio era di fatto scomparso, nel marzo del 1943 a Torino, nel resto del Piemonte ed in Lombardia, più di 200mila operai avevano organizzato scioperi di massa nel pieno di una guerra imperialista.


Dinanzi a tutto ciò gruppi i dirigenti dell’imperialismo italiano, dopo averlo supportato per 20 anni, decisero di mettere da parte il regime mussoliniano per non restare travolti dai colossi imperialisti che in Italia si sarebbero scontrati a partire dal luglio del 1943 con l’invasione della Sicilia da parte degli alleati.


Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio, il Gran Consiglio del fascismo, organo supremo di governo, “sfiducia” Benito Mussolini e rimette nelle mani del re Vittorio Emanuele III° le sorti del paese. Dopo l’arresto dello stesso Mussolini, viene designato nuovo capo del governo il generale Pietro Badoglio.


Questo governo, pieno di ex fascisti e di militari, rappresenta la continuità dello Stato borghese, nonostante, il traumatico cambio di regime e la situazione di caos in cui precipita l'Italia, testimonino che non si possa parlare di un “pianificato” trapasso da una forma di dominio all’altra. A dimostrazione della situazione di enorme complessità, si registrò una nuova ondata di lotte operaie che nell’agosto del ’43 investono ancora il Nord industrializzato.

Si arrivò così all’armistizio dell’8 settembre: mentre l’esercito italiano si andava disfacendo, il territorio nazionale venne occupato dall’esercito tedesco- in ritirata verso nord al di là della linea Gustav prima e della linea gotica poi- e dagli eserciti alleati in avanzata dal Sud. Mussolini, come accennato, era stato destituito dai suoi incarichi ed arrestato: i tedeschi, dopo averlo liberato, lo misero a capo della repubblica “sociale” di Salò posta sotto tutela nazista, controllata e governata dalla violenza brutale delle brigate nere fasciste affiancate alle truppe naziste.


In questo quadro complessivo e articolato appena descritto, si inserisce l’esperienza resistenziale, esperienza iniziata, come abbiamo visto, ben prima dell’armistizio di Cassibile dell’8 settembre.


Preliminarmente ci teniamo a ribadire la nostra gratitudine ai/alle oltre 100mila tra uomini e donne che decisero di mettersi in gioco pagando a carissimo prezzo la propria scelta (i numeri parlano di 35.000 morti, 21.000 mutilati, 9.000 deportati in Germania). Ma cosa fu la Resistenza?

“L’insurrezione fu unitaria e nazionale per gli obiettivi che essa si poneva (…). Con l’insurrezione i patrioti si proponevano di assicurare all’Italia una condizione di forza al tavolo della pace (…). L’insurrezione nazionale si poneva l’obiettivo del socialismo? No, l’insurrezione, come la Resistenza, non fu lotta per la rivoluzione socialista, ma lotta per la conquista delle libertà democratiche “.


Abbiamo scelto righe di Pietro Secchia, dirigente e storico del partito comunista, perché sintetizzano perfettamente la narrazione degli avvenimenti resistenziali come di moti nazional-popolare per la democrazia.


Nel suo saggio “Una guerra civile. Saggio storio sulla moralità nella Resistenza” Claudio Pavone, partigiano e storico propone, invece, un’analisi più articolata di tre elementi che si intrecciano e che sono:

  • Una guerra patriottica (quindi la guerra di liberazione nazionale contro l’invasore nazista)

  • Una guerra civile che contrapposte partigiani italiani contro repubblichini (italiani) al fianco dei nazisti.

  • Una guerra di classe (combattuta tra chi concepiva e immaginava una radicale trasformazione dell’esistente).

Riteniamo questa tripartizione maggiormente utile per comprendere la complessità degli accadimenti e fornire una narrazione più completa di quella che accadde in quei mesi così drammatici e convulsi.


La resistenza fu tante voci, tante idee, tante prospettive, tante contraddizioni; fu scontro politico; fu risposta spontanea alla fame e alla guerra; fu protagonismo giovanile; fu partecipazione femminile; fu fame e freddo; fu rinascita del movimento operaio che, a partire dal 1943 sfociò in una serie di scioperi nelle città del nord coinvolgendo circa un milione di lavoratori; fu voglia di cambiamento rivoluzionario.


LA NARRAZIONE RESISTENZIALE


Diciamo questo ben sapendo che, tra quello che ci raccontano moltissimi libri, che vediamo nelle fiction o che ascoltiamo nei discorsi pronunciati ogni anno varie cariche dello Stato, e la straordinaria complessità di cui abbiamo provato brevemente ad accennare, c’è una grossa differenza, assolutamente voluta e non certo frutto del caso o di una singola volontà.

Ciò è stato possibile grazie a:


  • Un grande sforzo ideologico e culturale volto a consolidare una certa narrazione degli avvenimenti resistenziali come celebrazione dei fasti del CLN - il blocco politico tra DC, PCI, PSI, liberali ed azionisti- unici protagonisti ed “eroi” della liberazione dal nazifascismo e del nuovo corso nazional popolare. Il contributo del Pci nel consolidare questa narrazione è stato notevole. Va ricordato che il partito togliattiano aveva sacrificato la prospettiva di rottura anticapitalista delle origini sull’altare della “democrazia progressiva” prima e della ““via italiana al socialismo”, una via gradualista e parlamentare, di lotta e di egemonia politica e culturale con le quali portare le “masse popolari” al governo. Tutto ciò, in realtà, servì solamente a garantire il consolidamento dell’Italia Repubblicana e della democrazia borghese. Già durante la guerra molti esponenti del Pci criticheranno veementemente chi, mosso da profondi intenti rivoluzionari, metterà in discussione questa visione.

  • Un lavoro costante di semplificazione, revisione, manipolazione degli accadimenti resistenziali. Questa operazione, più o meno forte a seconda dei rapporti di forza tra classi e dello scontro in atto, ha finito, nel corso del tempo, per travolgere e mettere in discussione l'operato e l'apporto del partito comunista durante la resistenza. Apporto che, a scanso di equivoci e di legittime critiche da “sinistra”, ci fu e fu anche molto importante. L'obiettivo primario resta comunque espungere e svuotare di ogni significato l’apporto della classe operaia e degli sfruttati alla resistenza al fascismo. Si chiude nel cassetto l’esperienza di quelle migliaia di proletari che, non accettando la svolta impressa dal Pci togliattiano, rifiutarono ogni forma di collaborazione o compromesso con la borghesia italiana. Il fascismo, ci sembra utile ricordarlo, godette dell’appoggio di tutte le forze parlamentari prima di diventare partito unico: una piccola parte della enorme galassia di gruppi partigiani, provò allora a costruire una prospettiva di rottura rivoluzionaria dell’esistente durante i mesi della resistenza, opponendosi e pagandolo a caro prezzo in termini repressivi, all’indomani della fine del regime, ad una dittatura del capitale e del profitto differente nelle forme di dominio, ma sostanzialmente analoga nei contenuti.

Ad ogni modo, anno dopo anno, mistificazione, equiparazione, manipolazione dopo l’altra, il 25 aprile è diventata l’occasione per riaffermare l’egemonia sociale, culturale ed economica del sistema capitalistico.


L’anno scorso, ad esempio, la festa per la “liberazione dal nazifascismo” è stata usata, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, per cementare l’appartenenza dello stato italiano alla Nato, alleanza bellica che dal 1945 ad oggi ha insanguinato e devastato il mondo con estrema brutalità.


Ieri partigiani, oggi anticapitalisti


Certo, da quel lontano 25 aprile 1945- giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, di attaccare i presìdi fascisti e tedeschi, imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate- tantissime cose sono cambiate.


Dopo essere uscito trionfatore nel 1945 e aver assicurato 30 anni di sviluppo capitalistico, l’imperialismo americano non ha più l’egemonia sul mondo. La fine dell’ordine internazionale a dominanza yankee, con l’instabilità globale e le violentissime tensioni inter-capitalistiche che comporta, determina un netto peggioramento di vita per milioni di persone: disoccupazione, marginalità sociale, devastazione ambientale, aumento dello sfruttamento sui luoghi di lavoro.

La crisi economica e la difficoltà a governare i processi di crisi del capitalismo potranno condurre a fenomeni di feroce mobilitazione reazionaria. Se questa è una ipotesi da verificare in futuro, già oggi stiamo assistendo ad un aumento della repressione, anche preventiva, nei confronti di chi lotta, e ad un imponente lavoro di disciplinamento sociale della società connesso alle strategie imperialiste.


Il fatto che gli sfruttati e le sfruttate stiano provando ad organizzarsi a più livelli e in maniera sempre più convinta non fa dormire sonni tranquilli ai padroni la cui unica esigenza diventa quella di prevenire e poi reprimere ogni tentativo di lotta che metta in discussione questo sistema sociale ed economico. Per evitare che ciò possa accadere stato e sfruttatori ricorrono ai tanti strumenti repressivi in loro possesso e affinati nel corso di decenni di controrivoluzione. A non essere accettata poi è qualsiasi forma possibile di dissenso o messa in discussione dello status quo.


Che fare dinanzi a tutto ciò?


Ecco, forse sta qui il più grande lascito della resistenza: la scelta che ognuno e ognuna di noi deve fare per cambiare le cose. Ottanta anni dopo, il modo migliore per ricordare quei partigiani e quelle partigiane resta prendere coscienza, come classe sfruttata di doversi liberare definitivamente, del peggiore dei nemici, il capitalismo. In quella enorme storia collettiva, come abbiamo detto, qualcuno questa scelta la fece ma non è bastato.

Servirà nuovamente innescare la consapevolezza che un cambiamento è possibile e, al contempo, concretizzare l’idea di una organizzazione- dichiaratamente anticapitalista e rivoluzionaria- della classe sfruttata che sia all’altezza dello scontro in atto e di una sfida tanto complessa. Moltiplichiamo i momenti di confronto tra chi subisce gli effetti devastanti della crisi economica, della escalation imperialista e di un sistema sociale sempre più violento e disumano. Uniamo le lotte, rafforziamo il fronte degli sfruttati, scendiamo in piazza, facciamo sentire la nostra voce.


Mentre continueremo a raccontare quel patrimonio così ricco di accadimenti ed esperienze mettendolo al riparo da certe operazioni ideologiche e culturali, facciamo nostra questa prospettiva per chiudere definitivamente i conti con un sistema economico e sociale parassitario e produttore di morte.


Liberare tutti

vuol dir lottare ancora,

vuol dire organizzarci

senza perdere un'ora.

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