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IL 5 NOVEMBRE FONDAMENTALE PER L'OPPOSIZIONE AL NUOVO GOVERNO MELONI

Tra la piazza di Roma e quella di Napoli la prospettiva di lotta è chiara



 

L'insediamento del governo Meloni avvia una nuova fase politica nel paese che non può lasciarci indifferenti. Chi inneggia al ritorno sotto nuove spoglie del fascismo dimentica il ruolo che gli ultimi governi hanno avuto nei loro caratteri più reazionari e, in particolare, il costante inasprimento delle misure repressive verso fasce sempre più ampie della società. Eppure, è indubbio che un governo con queste caratteristiche apra a una ridefinizione dei posizionamenti di alcuni pezzi del paese, anche interni alla borghesia stessa.

Abbiamo già anticipato che il ruolo del governo Meloni sarà di definire una nuova formula di sovranismo nazionale. Al netto delle rassicurazioni presentate dalla Presidente del Consiglio ai partner internazionali, NATO in primis, la formazione dei Ministri dimostra la volontà di privilegiare un rafforzamento delle imprese italiane con un’attenzione verso le piccole e medie imprese, con un inasprimento nella competizione al ribasso tra i lavoratori – laddove ci aspettiamo che la modifica al reddito di cittadinanza sia solo una prima misura – e forte aggressività verso i diritti civili. Un percorso che si allinea almeno in parte alle esigenze di ristrutturazione interna che la borghesia italiana ritiene necessarie per presentarsi con una rinnovata competitività sui mercati internazionali.

Riteniamo che non si tratti di un allineamento perfetto perché la fiducia da parte di Confindustria e del grande capitale verso il governo non è assicurata. Da questo punto di vista riteniamo che sia fondamentale il mantenimento dell'ordine sociale, in un contesto di crisi nella crisi che colpisce anche i rappresentanti governativi della classe padronale. È un governo nuovo che racchiude il germe dell'ingovernabilità, dettata dalla fase politico-economica globale, e dentro il quale la guerra continua ad avere un ruolo centrale, con una maggioranza di governo a due velocità: da una parte apparentemente efficace ed efficiente, dall'altra traballante a causa delle “mine” di Lega e Forza Italia. Ci sembra che un'opzione possibile con questa formazione parlamentare sia di “tirare avanti” finché si può ma, in caso di eccessive scintille sociali o di difficoltà di gestione delle crisi, sussiste la possibilità di un nuovo governo tecnico. Al contempo, però, bisogna sottolineare come la Meloni desideri governare quanto più a lungo possibile e ogni sua scelta – l'atteggiamento istituzionale, la formazione dei ministeri e i primi discorsi pubblici – lascia intendere la volontà di Fratelli d'Italia di accreditarsi come partito di fiducia del padronato nazionale.

L’insediamento del governo e dei nuovi ministri è stato accompagnato da un clima che, per molti di noi, sa di “deja-vù”. Quello che molti considerano “il governo più di destra della storia della Repubblica” presenta delle geografie inedite. Dal giorno dopo le elezioni i grandi organi di informazione, tra televisioni di stato e grandi gruppi editoriali, hanno cominciato a dare nuovo spazio – come non accadeva da tempo – alle mobilitazioni sociali, alle piccole iniziative, ai singoli eventi che è possibile identificare nell'alveo dell'antifascismo. La strumentalizzazione della lotta ai fascismi era già cominciata in piena campagna elettorale, quando il segretario del Partito Democratico invitava al voto utile agitando lo spettro reazionario (dopo i decenni di macelleria sociale prodotti dal suo stesso partito). È evidente che le forze appartenenti al mondo democratico-progressista abbiano la necessità di ricavarsi un nuovo spazio di consenso, sempre più eroso dalle scelte (im)popolari che le hanno contraddistinte, drenando consenso e sostegno alle formazioni antagoniste e di classe. Le forze democratico-progressiste ricoprono un ruolo ancora rilevante come mediatrici del conflitto: data la situazione di crisi nella crisi e la necessità di rilanciare il ciclo di accumulazione di profitto, questo ruolo sarà ancora più importante e avrà come obiettivo il mantenimento dell'ordine sociale costituito.

È con questa lente che interpretiamo l'enorme spazio dato all’annuale mobilitazione fascista di Predappio, gli inviti a partecipare ai talk-show televisivi ricevuti dagli esponenti dei movimenti sociali e, soprattutto, l'atteggiamento dei media verso le cariche alla Sapienza – davvero c’è chi pensa che, negli ultimi 5 anni, non ci siano mai stati scontri e violenze contro chi organizzava momenti di lotta o contestazione?

La rappresentazione più evidente di questo quadro si concretizza, secondo noi, con la convocazione della manifestazione nazionale per la pace del 5 novembre a Roma. Rimarcare tutte le criticità rappresentate da chi ha convocato quella piazza, qui, non è possibile. Riteniamo comunque importante sottolineare come molti dei promotori di questa giornata individuino come prospettiva di pace l’invio di armi a una presunta resistenza ucraina; chiedano che “Putin go home” ma nulla dicono contro la presenza delle basi di guerra (e di relative armi a rischio) nei nostri territori; soprattutto, tra i promotori istituzionali dell’iniziativa, c’è chi da rappresentante di governo abbia sempre sostenuto gli sforzi bellici della NATO. Particolarmente rilevante è che la manifestazione cada all'indomani della formazione di un governo avverso a molti dei promotori istituzionali. A quasi 9 mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina, la pace invocata dalla giornata romana ci sembra una pace generica e generalista, una pace che ignori ogni possibilità di lottare per il disarmo, per il ritiro immediato delle truppe e per l’azzeramento delle spese militari.

Ci aspettiamo che queste criticità, ampiamente oscurate dai media, non emergano in quella giornata e che questa sarà accolta da un consenso generale e generalizzato. D’altronde, da febbraio a oggi, appare chiaro che la maggioranza della popolazione italiana sia contraria alla guerra e alla compartecipazione a essa. Questo sentimento, che abbiamo più volte sottolineato come esistente e presente ma al momento svuotato di una “casa politica” in cui ritrovarsi, si associa alla necessità di reinventarsi nel ruolo di opposizione di governo: è così che le forze afferenti al mondo dell'associazionismo “democratico” riscoprono la piazza. Come anticipavamo: è uno scenario non nuovo, che ricalca da vicino quanto avvenuto con i governi di centro-destra del passato – ricordiamo il ruolo di rappresentante ufficiale avuto da “La Repubblica” e dal resto del gruppo GEDI nel soffiare sul fuoco della protesta studentesca durante gli anni de “L'Onda”.

Ci aspettavamo la possibilità di un ritorno ad una fase di mobilitazione più ampia: di fronte a queste crisi che si susseguono una sull'altra, innestandosi su quella complessiva del sistema capitalistico a livello globale, non poteva che essere altrimenti. Vogliamo però rivolgerci a coloro che, sinceramente e convintamente, parteciperanno alla piazza di Roma: crediamo davvero che il riferimento pacifista in questo paese possono essere gli stessi che, con formazioni di governo diverse, hanno sostenuto l'intervento militare? Di che pace parliamo se non lottiamo insieme per il disarmo e per l'abbattimento delle spese militari al fine della risoluzione dei problemi che la guerra stessa comporta a livello sociale? Quale opposizione è possibile contro il governo Meloni al fianco di chi di fatto ha prodotto le condizioni affinché le ultime elezioni premiassero la destra reazionaria?

Il 5 novembre rappresenta uno snodo cruciale per la lotta alla guerra e per la costruzione dell'opposizione al governo Meloni. Ma non nella manifestazione di Roma, che prova a gettare fumo negli occhi a tanti e tante che, in assenza di riferimenti di massa diversi, magari si troveranno lì anche tappandosi il naso di fronte al sospetto di riciclo delle forme democratico-progressiste. Perché questo 5 novembre c’è un’alternativa a questa messinscena.

Il 5 novembre, a Napoli però, si tiene la manifestazione, convocata a fine agosto dai Disoccupati Organizzati e dal Collettivo di Fabbrica GKN, presenterà lo zoccolo duro di quell'opposizione di classe che non si è fermata un solo secondo nel conquistare spazi di avanzamento durante la fase pandemica, né in occasione dell’insediamento del governo Draghi, né con l’inizio della guerra in Ucraina. Dopo la data di Bologna, anche al Sud si concentrano le forze che rappresentano un vero e continuativo argine alle destre nei territori, sventrati dalla disoccupazione e dalla devastazione ambientale. Studenti, operai in lotta, disoccupati, attivisti territoriali e contro i cambiamenti climatici, occupanti casa, operatori della sanità e molti altri soggetti si aggregheranno nel rifiutare ogni possibilità di “democratizzazione” della crisi, di distribuire le perdite per favorire i profitti di pochi.

Crediamo che sia il momento di rafforzare ulteriormente un blocco sociale compatto e cosciente, consapevole che:

  • l'unica svolta di fronte alla guerra è l'abbandono delle armi e degli eserciti,

  • l'unica soluzione alla crisi è la messa in discussione complessiva di questo sistema economico,

  • le soluzioni ai cambiamenti climatici possono avvenire solo avendo la giustizia sociale come baricentro per una riconversione ecologica effettive.

Le forze più sane e genuine del paese che si stanno organizzando in un blocco sociale sempre più ampio e invitiamo chi, oggi, si sente disilluso, rattristato, tradito da chi ha sputato sulle nostre vite negli ultimi 10 anni.

Mobilitazioni sulle quali, stavolta, dovrà sorgere una prospettiva politica che non permetta ad altre soggettività, autonominatesi "antisistema" ma assolutamente compatibili ad esso, a fungere da riferimento come avvenuto dopo le mobilitazioni contro l'austerity con il Movimento 5 Stelle, con l'esito di divenire complici dei massacri sociali dei vari governi a cui hanno partecipato.

Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: adesso tocca a noi. Organizziamo l’opposizione al governo Meloni e non accettiamo compromessi. Ridiamo forza alla nostra classe e diamo slancio a quei percorsi, da chi insorge ogni giorno a chi lotta strenuamente, che già da ora possono formare il nuovo mondo di cui abbiamo necessariamente bisogno. Una prospettiva che non si limita a una giornata-spot, al solo 5 novembre, ma si estende allo sciopero generale del 2 dicembre e alla manifestazione nazionale del 3 dicembre a Roma: un percorso che non può fermarsi ad una giornata spot, ma che metta a disposizione la nostra organizzazione per far crescere la nostra forza.

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