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La Palestina è lo specchio del mondo, la resistenza l'indicazione da seguire

Updated: Nov 21, 2023



 

Contro il genocidio di Israele serve una posizione chiara


Dal 7 Ottobre scorso nella Striscia di Gaza, facendo fede ai dati del 14 Novembre, ci sono stati più di 11.000 morti (di cui 4.506 bambini e 3.027 donne), 27.490 cittadini feriti, la maggioranza dei quali sono donne e bambini. Nel frattempo dall'ospedale di al-Shifa, bombardato dall'esercito sionista, arriva la notizia che "i pazienti in terapia intensiva sono tutti morti". Siamo ad oltre 40 giorni dei massicci bombardamenti sulla Striscia e del massacro dei Palestinesi di Gaza ad opera delle forze armate israeliane – con l’appoggio determinante di Stati Uniti, Unione Europea, Italia. Una vera e propria pulizia etnica in corso a Gaza con l’evidente volontà di Israele di arrivare ad una “soluzione finale” del problema palestinese, con una seconda Nakba dopo quella del 1948. Un massacro fatto di morti, feriti non curati e non curabili che vengono accumulati lungo le strade, mancanza di cibo, acqua, medicinali e di carburante, continui bombardamenti su ospedali ed ambulanze. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani ha affermato che l’occupazione israeliana continua a bloccare tutti i servizi di emergenza a Gaza minacciando "l’esecuzione di massa di civili impedendo loro le vie di fuga” (Gaza – Quds News 13 Novembre).


“Noi in Israele non siamo interessati a tutti questi discorsi razionali, noi abbiamo uno scopo: distruggere Gaza”. Sono queste le parole dell'ex-ambasciatore dello Stato di Israele in Italia, Dror Eydar, che chiarisce l'obiettivo dei rappresentanti Israeliani in Occidente. E lo stanno portando avanti con la più bruta violenza, superando la potenza distruttiva dell'atomica utilizzata dai loro padrini statunitensi nella città giapponese di Hiroshima.


"Però bisogna prendere le distanze da Hamas..." ce lo sentiamo ripetere costantemente. I mass-media occidentali hanno improntato tutta la loro retorica anti-palestinese su questo. Non abbiamo bisogno di chiarire quanto ci sentiamo lontani dalle prospettive dei Fratelli Musulmani, organismo più largo a cui fa capo Hamas, ma bisogna considerare che qui la posta in gioco è un'altra, ricordandoci che siamo nel corso di una guerra che si è trasformata in un massacro con tutte le sue relative atrocità.


Crediamo che, anche tra le organizzazioni politiche e di movimento, chi si accoda e punta il dito dicendo "però Hamas…", commette un errore politico imperdonabile. Questi forse dimenticano che questa guerra è da una parte una guerra colonialista di uno stato colonialista che ha come obiettivo l’espulsione dei palestinesi dalla propria terra, dall'altra una lotta di liberazione nazionale di un popolo oppresso. L'errore politico consiste nell’accodarsi alla narrazione dominante della guerra come se fosse iniziata quel 7 Ottobre e non si fosse sviluppata con un'occupazione che dura 75 anni. Lo scontro non è tra Hamas e Israele, ma tra il popolo palestinese, con le sue varie sfaccettature, e l'esercito e lo stato sionista. Uno scontro dove oggi Hamas è forza politico-militare prevalente (ieri non lo era, e forse sarebbe necessario approfondire i motivi della sua crescita) in un movimento di resistenza dove coesistono altre forze - comuniste, socialiste, popolari - che sono coscientemente in campo in questa guerra denominata “Diluvio di Al-Aqsa”, con le loro rispettive posizioni. Più che fare le pulci ad altri, dovremmo lasciare che il diritto all'autodeterminazione si pratichi a partire da questo.


Inoltre, proprio su quanto avvenuto davvero il 7 Ottobre, sarebbe utile la lettura di diverse inchieste sull’attacco palestinese. Tra queste, quella più dettagliata è fondata in larga parte sulla documentazione del quotidiano israeliano Haaretz e su dichiarazioni di donne israeliane fatte prigioniere (di Robert Inlakesh e Sharmine Narwani del 24 ottobre 2023), ricca di smentite della narrazione occidentale con la catena di false notizie (tra cui i "40" bambini decapitati) diffuse in tutto il mondo dai mass media asserviti.


Quali ragioni alla base dell'escalation del 7 Ottobre


I motivi dello scontro sono noti ai più. In molti invece continuano a chiedersi come mai proprio in questo momento si è verificata una escalation di questo tipo, e per la prima volta da parecchi anni mossa principalmente dalla parte dello stato colonizzato e non viceversa. Siamo convinti del legame esistente tra l'accelerazione della guerra coloniale in Palestina con l'acuirsi delle contraddizioni della crisi di sistema del capitalismo globale e lo sgretolamento dell'egemonia Usa nello scacchiere internazionale e le profonde contraddizioni dell’ordine imperialistico “Occidentale” a guida statunitense con le già note conseguenze della guerra in suolo ucraino tra NATO e Russia. La corsa al riarmo generalizzato, il protagonismo mediorientale dell'Iran, l'emergenza della Cina come attore non solo economico ma sempre più politico, fino al ruolo della Turchia, ricercato e fedele membro della NATO e partner di Tel Aviv nel settore bellico e in quello del commercio di armi ma legato a doppio filo con l'imperialismo arabo con la condanna strumentale ad Israele che cerca di rafforzare la sua influenza nell'area occupando quegli spazi lasciati liberi dalla declinante egemonia yankee. Un coacervo di contraddizioni sempre più forti e che alimenterà sempre più scenari di guerra già presenti oggi su tutto il territorio mondiale. Il regime di Assad, la monarchia hascemita in Giordania e l'Iran non saranno certo capaci di incarnare la resistenza palestinese, ed almeno per ora tra i paesi arabi (come dimostra Riyad) non si va oltre gli ipocriti appelli alle istituzioni, alla comunità internazionale, all'Onu ed altri organismi che hanno funzionato fino ad oggi solo nel garantire i loro equilibri inter-imperialistici; non si va oltre la prospettiva dei "due popoli, due stati" cancellata nei fatti dallo stesso espansionismo sionista. La causa palestinese non ha amici nei piani alti degli Stati e delle istituzioni, neppure degli stessi governi del mondo arabo e di tradizione islamica che si stanno sbottonando a qualche dichiarazione di facciata. Ed è per questo che temono la mobilitazione di massa che si è sviluppata nel mondo intero e nei loro paesi dopo l’attacco compiuto il 7 ottobre a favore del popolo palestinese contro il colonialismo, il razzismo e l’apartheid sionista.


E' sicuramente presto per dire che nessuno Stato arabo muoverà un dito contro il genocidio di Gaza perché i governi reazionari dei paesi arabi e di tradizione islamica sono in difficoltà dinanzi ad un Medio Oriente che ribolle di rabbia e volontà di lotta. Ma, ad ora, stante quanto emerge dal Summit a Riyad che ha visto riunirsi tutti i governanti dei paesi arabi, tranne qualche roboante dichiarazione, non pare ci sia l'intenzione di ingaggiare uno scontro reale con i sionisti. E' evidente, da sempre, come alcuni fra questi Stati, in primis l'Iran, tentino di utilizzare l’aggressione israeliana per allargare i propri spazi di manovra nell’area: definire meglio e rafforzare un "polo" imperialistico (egemonizzato da Cina e Russia) concorrente ed avversario dell'Occidente, per sostituire alla visione "unipolare" quella di un “mondo multipolare”.


Una prospettiva dentro la quale l’autodeterminazione palestinese potrebbe trovare una soddisfazione senza intaccare i loro interessi e relazioni di potere. E' stata infatti la resistenza palestinese ad impedire, fino ad oggi, la normalizzazione dei rapporti con Israele dei regimi arabi ed islamici, una resistenza che ha determinato una marea montante di proteste e di indignazione che ha travolto piazze e città in Occidente contro l'infame narrazione dei media mainstream, che ha visto il mondo degli sfruttati e degli oppressi in Medio Oriente mostrare tutta la propria rabbia e desiderio di rivalsa con enormi manifestazioni contro Israele, rivendicando misure drastiche contro Tel Aviv.


Tutto ciò ci conferma come la nostra prospettiva non può essere che quella di rafforzare la lotta di liberazione dei palestinesi e degli sfruttati del mondo arabo, in Occidente, nei paesi a capitalismo emergente, nella prospettiva dello scontro mondiale tra capitalisti e lavoratori.


Chiaramente non abbiamo gli strumenti e le capacità per poter "prevedere" gli eventi, forse semplicemente non è possibile farlo. Ma nello sviluppo di questo processo di radicalizzazione e di lotta potranno determinarsi anche le condizioni per una seconda fase della decolonizzazione incompiuta e della rivoluzione democratica nel Medio Oriente e nel mondo arabo, e per una direzione più conseguente e radicale della stessa lotta per l’autodeterminazione palestinese.

Quest’ultima, infatti, non potrà realizzarsi se non scardinando l’intero assetto statale del Medio Oriente, costruito e difeso dalle potenze imperialistiche, che ha certamente nella distruzione delle basi sioniste dello Stato d’Israele un punto non unico ma sicuramente essenziale.


C’è un legame strettissimo tra l’estrema acutizzazione della guerra coloniale degli apparati sionisti e delle potenze occidentali contro il popolo palestinese, la guerra in Ucraina tra NATO e Russia, e l’evoluzione complessiva del capitalismo globale sempre più avvolto in una crisi di sistema che sta sfociando in un incontrollabile disordine mondiale, generatore a sua volta di una corsa al riarmo generale.



Cosa possiamo e dobbiamo fare?


Un vero movimento pacifista si sta costruendo oggi attorno alla causa palestinese. Un dato di fatto che non deve richiamarci ai distinguo, ma che ci porti ad imprimere dentro alla solidarietà attiva alla resistenza l'obiettivo complessivo del contrasto al conflitto inter-imperialistico.


A noi aspiranti rivoluzionari che operiamo nelle metropoli spetta il compito non solo di solidarizzare con la lotta palestinese, ma anche di riconoscerla come parte di un piano unico di lotta contro l’assetto capitalistico internazionale, un piano che non ha schieramenti statali alternativi da sostenere e da cui sperare di trarre vantaggi, ma il compito di unire gli sfruttati di tutto il mondo.


Un piano per inceppare la macchina della guerra colonialista e imperialista e prepararci ai nostri compiti pratici: gli scioperi nella produzione e nella circolazione delle merci, il blocco dei porti, il rifiuto di collaborare nel traffico di armi e di merci per Israele, la rottura di tutti i protocolli di cooperazione tra le università italiane e quelle israeliane, per far pagare ai padroni israeliani, italiani ed europei un prezzo materiale, per liberare i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, per aumentare la coscienza politica nella nostra classe, per un processo di radicalizzazione dei proletari.


E' quello che abbiamo provato a fare in questo mese di mobilitazioni nelle università, nelle scuole, nei quartieri, nei magazzini e luoghi di lavoro, passando per l'imponente manifestazione di Roma del 28 Ottobre, le iniziative fuori ai consolati americani, i cortei cittadini, fino allo sciopero nazionale del 17 Novembre che ha bloccato molti magazzini della logistica contro il genocidio in atto e al blocco del carico e scarico dei container della linea Tyrrhenian, appartenente alla compagnia di navigazione Zim, attraccata il 10 a Genova ed il 17 a Salerno. Uno sciopero molto significativo nella stessa giornata in cui gli studenti si sono mobilitati a livello nazionale in molte città italiane, una chiara indicazione che una prospettiva di classe si apre a sostegno e a partire dalla resistenza palestinese.


“Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera”. (Pablo Neruda)


E' necessario continuare in questa direzione.

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