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LE NOSTRE VITE CHIEDONO VENDETTA!

Giulia aveva la nostra età, 29 anni. È stata ammazzata dal suo ragazzo. Era al settimo mese di gravidanza.



Questa volta come donne e compagne abbiamo avuto enorme difficoltà a scrivere qualcosa che parlasse di lei e, contemporaneamente, di tutte noi.

Abbiamo avuto difficoltà perché il dolore è troppo, toglie le parole, ma la rabbia forse può arrivare a restituircele, in un grido che proveremo ad articolare.


Vogliamo parlare di Giulia che voleva essere madre ed è stata ammazzata, probabilmente in modo premeditato ed orrendo, perché considerata dal suo compagno un oggetto del contendere il cui peso poteva essere eliminato, semplicemente eliminando lei. Magari avrebbe ucciso anche un uomo, potremmo pensare, se il suo assassino/fidanzato è arrivato a tanto.

Magari si, eppure Giulia era una donna e come tante altre, è stata considerata e trattata come un contenitore vuoto, un corpo che porta con sé dalla nascita il marchio che la consegna ad un determinato ruolo sociale: riproduzione sociale e calmiere verso il basso.


Se il modello di controllo sociale è quello "maschile" (macista?), in un mondo globalizzato che avrebbe le condizioni produttive per sganciare la donna dalla subordinazione della riproduzione, allora non c'è da stupirsi se l'oggetto/contenitore di feti ad essere eliminato con tre coltellate, sia stata proprio il corpo di Giulia.

Perché il suo ragazzo lo ha pensato come fattibile, ha pensato che si potesse fare tutto sommato, che Giulia poteva morire, che lui avrebbe potuto decidere del suo destino, toglierle la vita e toglierle il suo bambino.


Nelle stesse ore in Polonia muore Dorota muore per shock settico: era alla ventesima settimana di gravidanza, i medici non sono intervenuti fin quando il feto non è morto per non violare le leggi anti-aborto in vigore. Non è la prima volta che una donna perde la vita a causa della legge anti-aborto in Polonia: nel 2020 il Tribunale costituzionale polacco dichiara incostituzionale la disposizione della legge del 1993 sulle condizioni per l’interruzione di gravidanza, rendendola di fatto impossibile, anche in caso di serio pericolo per la madre.

Anche a Dorota hanno portato via la vita.

Anche Dorota non è stata considerata un soggetto in grado di scegliere, agire, decidere su stessa e sulla sua vita. Un contenitore da riempire o svuotare a seconda dell'occorrenza.


Nel nostro paese l’interruzione volontaria di gravidanza è regolamentata dalla Legge n.194 del 1987, una legge che nasce in seguito a un periodo di lotta delle donne che hanno imposto il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza e dell’autodeterminazione sui propri corpi.

Una legge che però troppo spesso non viene applicata a causa del gran numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche, il che di fatto nega ogni giorno a moltissime donne l’accesso all’IVG.

La negazione dell’IVG è violenza, così come è violenza la mancanza di consultori e servizi di sanità territoriale, che ogni giorno dovrebbero fornire servizi essenziali a milioni di donne, dalla prevenzione, alla somministrazione gratuita di anticoncezionali, fino alla cura di patologie esclusivamente femminili che non sono neanche riconosciute dal SSN.


Giulia e Dorota non hanno avuto possibilità di scelta, perché l'oppressione a cui ogni donna è costretta è quella che questo modo di produzione ha trasformato in modelli sociali, culturali, pedagogici, che sono quelli sui si regge il nostro mondo, da quando nasciamo. A lavoro, nelle case, in ogni famiglia o gruppi di amici.

La funzione delle donne come strumento di calmiere per il costo del lavoro, come strumento di continuità sociale, come elemento culturale pacificante, è solo la base dell'intrinseca violenza di genere che regge e fonda il nostro sistema economico e le nostre forme di governo. Una figura - quella della donna - che va protetta nella sua funzione di calmiere sociale, eppure ammazzata quando non adempie al suo ruolo, o quando semplicemente c'è bisogno di sfogare della rabbia.


Un soggetto di cui si può decidere se vive e muore, se la sua carne ospiterà dei figli o meno, se essa sarà violentata, se sarà pagata lavoro, se la sua vita sarà degna di essere vissuta o se dovrà sempre ricordarsi ogni giorno di essere una donna. Situazione che diventa reale e concreta quando essa è la condizione di donne che non hanno la condizione materiale per staccarsi dal reddito familiare. Per questo e per la funzione sociale della donna, che è la lotta comunista è lotta femminista.


La violenza di genere si vive dentro la carne e sul corpo delle donne, nelle psiche, nelle ossa. A tutte e tutti coloro che stanno soffrendo per queste morti diciamo: ritrovate la rabbia e chiedetevi perché e scoprirete che la risposta fa paura ma può dare anche la chiave di volta. Non è così semplice capire il perché eppure è questo il primo modo di rendere giustizia a Giulia e Dorota. Dare nomi a processi e carnefici e dirgli di avere paura loro perché sappiamo chi è stato.

Ci siamo dentro e se non riusciamo a uscire la rabbia può aiutarci e deve farlo.


 

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