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Nessuna base, nessun soldato.

Non più un euro per la loro guerra.



 

Una sala pienissima: oltre trecento partecipanti risponde all'appello per la mobilitazione contro la guerra imperialista rilanciando le ragioni del Convegno di Ottobre scorso a Roma.


Domenica, a Milano, più di trenta interventi hanno dato voce alle lotte operaie, studentesche, resistenze locali ed organizzazioni che hanno posto la necessità di rilanciare con urgenza la mobilitazione contro la guerra. Una consapevolezza che nasce dall'allargamento e l'intensificazione del conflitto che ci obbliga ad organizzarsi contro la guerra imperialista, contrari all'idea di fondo che dobbiamo accordarci, simpatizzare per stati o potenze.


L'assemblea si è conclusa con l’intenzione di lavorare alla costruzione di una stagione di mobilitazione fuori le basi militari dell'Italia e della Nato, iniziando da quella di Ghedi, la quale, nella duplice veste di sede dell'esercito italiano e base di comando NATO, rappresenta un simbolo sia dei piani militaristi occidentali, sia nello specifico dell'imperialismo italiano. Intendiamo fin d'ora ad aprire un confronto costruttivo con tutte le realtà che intendono porsi sul terreno di una lotta conseguente alla guerra e alla corsa al militarismo, come @la Rete No base di Coltano che in queste settimane è impegnata a costruire una mobilitazione per i mesi a venire.


Un indicazione che dovrà legarsi al percorso auspicato di sciopero generale "da costruire" e dispiegare nei vari settori per bloccare il paese.


Si rafforza una posizione di classe internazionalista agente basata sul protagonismo di lotta del proletariato contro la guerra!


Zelensky in Germania chiude accordi miliardari per la fornitura di armi ed al Summit in Moldava chiede a gran voce l'intervento diretto della Nato, si espandono focolai in Kosovo e nei Balcani, aumentano negli Stati Uniti le contraddizioni e nell'Unione Europea, in Russia si parla di mobilitazione generale, mentre la carneficina come a Bakmut.


Sappiamo che l'allarme non è sentito ancora a livello di massa. Eppure il peso del carovita, dell'autoritarismo, i morti sul lavoro, il taglio al RdC, i finanziamenti di strutture belliche nei processi di formazione entro scuole ed Università, sui territori e nella società, vengono avvertiti in maniera devastante. Tutto questo altro non è che l’aspetto concreto e demistificato di un processo di ristrutturazione del capitale, in un’ accelerazione del processo di guerra come strumento -uno dei possibili- messo in campo per tenere banco alla tendenza predatoria, incontrollata, di superamento di ogni confine e di se stesso del modo di produzione capitalistico.


Con l'assemblea di ieri torniamo convinti/e della necessità di uno sforzo ulteriore di denuncia, organizzazione, e battaglia politica per schierarci senza ambiguità contro il piano inclinato del capitale e la tendenza generale scontro-imperialistico. Convinti/e che costruire una posizione contro la guerra significhi combattere contro l’esperienza di un’economia di guerra in casa nostra, inquadrando il processo bellico entro un contesto di ristrutturazione del capitale. Nel caos prodotto da crisi ambientale ed economica, dove la transizione ecologica del capitale è compatibile e contemporanea ad una grandissima operazione di devastazione della natura come il conflitto bellico, la guerra diviene un volano di interessi che al vecchio ordine ne sostituisce uno nuovo; nel caos del “si salvi chi può”, i gruppi di interesse capitalista gridano “ci salviamo solo noi!”. Restiamo allora convinti, soprattutto che, per combattere contro la guerra del capitale, bisogna organizzarsi contro la pace e la pacificazione del capitale. La nostra pace parte dal rifiuto e dal contrasto di ogni politica di guerra, ogni minimo risvolto, ogni minimo finanziamento, per unione internazionalista, femminista e anticapitalista di classe.


Contro la propaganda di guerra qui in Italia. Il decreto-lavoro del governo Meloni, lo spostamento di finanziamenti PNRR verso missioni belliche, la creazione di un portato culturale nazionalista e e violento rappresentano nemici difficili da combattere senza un’opposizione chiara e radicata nei contesti sociali. Diamo un nome ai carnefici perché ce l’hanno, riconosciamo i nemici e rispondiamo colpo su colpo.


Nessuna base, nessun soldato.

Non più un euro per la loro guerra.

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