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SI PUÒ MORIRE DI PENA? PER L’ABOLIZIONE DEL 41BIS E DELL’ERGASTOLO

Il ruolo della mafia nello stato e l'utilizzo del carcere duro in Italia


 

Nelle scorse settimane la notizia dell'arresto di Matteo Messina Denaro è stata acclamata a reti unificate come la grande vittoria dello stato sull'ultimo superlatitante della criminalità organizzata. Sono bastate poche ore per ribadire la necessità del carcere duro per il capo di Cosa Nostra. Questo mentre a Sassari, da più di 100 giorni ormai, Alfredo Cospito, detenuto anarchico porta avanti lo sciopero della fame contro 41bis ed ergastolo. Ma andiamo per ordine e torniamo in Sicilia.

Non esiste mafia senza stato

L'arresto del superlatitante Messina Denaro avviene a 30 anni dall'inizio delle ricerche che lo hanno coinvolto. È stato poi trovato a Palermo, a poche centinaia di metri dalla direzione distrettuale antimafia, in una clinica. Se già solitamente ci saremmo trovati a commentare un simile evento al di fuori del racconto mediatico poliziesco, questo diventa ancora più lampante adesso. Questo arresto da perfettamente l'idea di essere stato pensato e attuato in una fase specifica dei rapporti tra Stato e Mafia. È solo un caso che questo arresto avvenga mentre la riforma della giustizia di Nordia viene di fatto incontro a tutte le richieste fondamentali della mafia? E’ il momento di una pacificazione a tempo indeterminato tra stato e criminalità organizzata?


La Mafia, come le altre strutture della criminalità organizzata, è quella borghesia illegale che si occupa degli affari di cui lo Stato non può occuparsi per motivi di ordine morale e di accettazione sociale: attività che esistono a prescindere dalla loro illegalità e che fruttano un giro di profitto enorme (si parla del 2% del PIL annuo dello Stato per la sola mafia, circa 40 miliardi di euro). Il sistema mafioso, così come quello della ndrangheta o della camorra, ha storicamente coperto fasce di economia che non potevano essere gestite legalmente: alcol, tabacco, prostituzione, scommesse, oggi droga, oltre ad altre maggiormente finanziarizzate o legate a dinamiche di tipo diverso (estorsioni, appalti, ecc.). Le organizzazioni criminali sono essenzialmente imprese capitalistiche, in quanto il loro primo e ultimo scopo è l’accumulazione di capitali. Questa gestione ha portato all'arricchimento individuale delle principali famiglie riferimento di questi sistemi, e contemporaneamente hanno assunto alla funzione di gestione di fasce di proletariato espulse dal mercato del lavoro ufficiale e dall'economia formale, tenendole sotto la gestione di strutture che hanno sempre avuto tutto l'interesse al mantenimento dell'attuale status quo.


Oggi la mafia ha cambiato metodi perché ha cambiato strutture e fonti di finanziamento: tutta la criminalità organizzata, in primis la ndrangheta assoluta precursore da questo punto di vista, ha spostato la sua attività in strutture para legali, tra iniziative finanziarie e partecipazione ad attività più ad ampio spettro rispetto a quelle che l'hanno storicamente caratterizzata (supermercati, centri commerciali, interporti, ecc.). La fine della stagione stragista è stata dovuta da una parte alla necessità dello Stato di placare lo scontro aperto venutosi a creare tra gli anni '80 e inizio anni '90, dall'altra anche alla capacità e possibilità di queste organizzazioni di modificarsi così come si è modificato nei decenni il tessuto produttivo e industriale della borghesia.


Con questo non vogliamo dire che non esista una lotta reale tra Stato e Mafia fatta di intercettazioni, fermi, arresti, vendette, minacce, affarismo, clientelismo, ma che tutti questi aspetti sono una parte di un gioco che lo Stato deve complessivamente mantenere in piedi perché necessario sul piano economico e sociale. Sarebbe interessante capire quali siano i meccanismi che permettono questo funzionamento, spesso nascosti in quei profondi segreti che i personaggi di collegamento si stanno portando dietro. Segreti che non spiegano il cosa- il legame tra Stato e Mafia- ma che spiegano il come: personalità coinvolte, protagonisti diretti, i meccanismi di coperture tra forze dell'ordine e criminalità, ecc.


È assurdo paragonare lo Stato a chi scioglie i bambini nell'acido o trama stragi come quelle di via D'Amelio o Capaci, a quegli stessi organismi dello Stato che hanno ordito o coperto ordire eventi come le stragi della stazione di Bologna o in piazza della Loggia o i massacri dei G8 o della Diaz? Che distanza c'è tra chi punisce i pentiti o le loro famiglie e chi utilizza le torture o le esecuzioni dei militanti rivoluzionari segregandoli in carceri di massima sicurezza lontani centinaia di chilometri dalle loro famiglie? Cambia la forma della punizione, perché lo Stato detiene la legittimità della forza e il suo utilizzo è concordato socialmente in difesa degli interessi delle classi dominanti, ma la sostanza rimane la stessa: lo Stato e la criminalità organizzata vogliono che questo sistema rimanga inalterato. E se bisogna utilizzare la violenza o attività ai limiti della legge per poterla mantenere, bisogna farlo.

Carcere duro

Prima di proseguire con il ragionamento con alcuni accenni di tipo storico, ci sentiamo di condividere una doverosa puntualizzazione: crediamo fortemente che tutti gli organismi che inseriamo nella dicitura di criminalità organizzata siano in realtà un grosso problema con cui devono scontrarsi le forze rivoluzionarie nei quartieri, sui territori e sui posti di lavori.

Arricchiremo questo spunto di riflessione in un successivo approfondimento ma volevamo solo sottolineare, senza alcuna ambiguità, che il recente arresto di Matteo Messina Denaro ha colpito un individuo verso il quale non possiamo che nutrire sentimenti di astio, odio, repulsione, sia per il suo valore individuale e per le iniziative che ha compiuto che per il ruolo sociale che ha ricoperto per quasi 30 anni. Dentro un contesto sociale diverso e dentro un'eventuale società che mette le persone e non il profitto al suo centro, Messina Denaro e tutti quelli che come lui hanno ricoperto determinati ruoli di spicco nella C.O. sarebbero dei controrivoluzionari che fanno solo il male del popolo per fini e interessi individuali e corporativi. D'altronde le attività dell’industria della criminalità organizzata non sono una “anti-economia”: sono parte integrante dell’economia nazionale, dell’economia globale e della finanza mondiale, con lo specifico ruolo dato dall'alta disponibilità di capitali liquidi.

Non si pone dunque in discussione il giudizio nei confronti della persona che finirà i suoi giorni in 41 bis, regime carcerario cui Denaro sarà sottoposto al pari di altri 749 detenuti, di cui 13 donne, in tutta Italia.


Nell’immaginario comune il 41 bis, e più in generale il regime detentivo di isolamento, è da sempre la risposta alla ”emergenza mafia” del 1992. In realtà, dal 1975 in poi, lo stato, attraverso le amministrazioni penitenziarie, affina e sperimenta strumenti di isolamento carcerario per reprimere i/le militanti rivoluzionari/e che riempivano le galere durante un periodo di scontro di classe molto acceso.

Il 41bis nasce a metà degli anni ’80 come prosecuzione di una serie di misure e istituti repressivi e successivamente, nel 1992, si configura come misura straordinaria, emergenziale e provvisoria da applicare ai detenuti per reati di mafia.


Da sempre l’emergenza costituisce la copertura ideologica che permette di giustificare deroghe ai più svariati principi giuridici fondamentali, producendo stati d’eccezione sia in tema di garanzie contro la repressione in tutti i suoi ambiti esplicativi (da quello poliziesco, a quello giudiziario, a quello sui posti di lavoro), sia in tema di tutela ambientale ( si pensi solo alla gestione emergenziale del ciclo dei rifiuti nel Sud Italia, con il venir meno delle regole relative allo smaltimento dei rifiuti pericolosi e con la militarizzazione di discariche ed inceneritori).


Lo stato d’emergenza mira sempre a diventare stato d’eccezione permanente, per poi stabilizzarsi e diventare ordinaria amministrazione proprio come è avvenuto con il 41bis. Dopo le prime applicazioni nel ’92 del regime di “carcere duro”, a riprova di ciò, la vigenza provvisoria del 41-bis fu ripetutamente prorogata: fino al dicembre 1999, poi fino al dicembre 2000, poi fino al dicembre 2002; fu definitivamente reso un istituto stabile dell’ordinamento penitenziario, con legge n.279 del 2002 ed esteso ai reati di terrorismo ed eversione.

Perché bisogna abolire 41bis ed ergastolo

Fin dalla sua nascita, radicata nelle legislazioni speciali degli anni Ottanta e Novanta, il 41bis si è mostrato come strumento di ricatto per spingere i detenuti alla collaborazione con la magistratura, fondato su pratiche di vera e propria tortura. Le condizioni inumane e prive di ogni logica previste da questo istituto si concretizzano in isolamento in celle di pochi metri quadri, limitazioni all’ora d’aria, sorveglianza continua, limitazione o eliminazione dei colloqui con i familiari, controllo della posta, limitazione di oggetti in cella persino come penne, quaderni e libri. Un progressivo annientamento che provoca danni incalcolabili nel corpo e nella psiche dei detenuti.


Il 41bis, così come l’ergastolo cui spesso si accompagna, non hanno alcun valore di esistere per come viene pubblicamente presentato il carcere. Non esiste reintegrazione né rieducazione soltanto punizioni e annientamento: essi costituiscono il vertice di una piramide repressiva che, dentro e fuori il carcere, condiziona la vita di migliaia di proletari e proletarie costrette/i alla marginalità sociale da un sistema economico e sociale che strutturalmente necessità del carcere, della marginalità stessa, della disoccupazione, dei quartieri ghetto per poter funzionare.


Oggi il tema della abolizione del 41bis e dell’ergastolo è tornato prepotentemente al centro del dibattito mediatico e politico.

Come accennavamo all’inizio, da 100 giorni l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto in 41bis, ha rinunciato ad alimentarsi, utilizzando il suo corpo come unica arma possibile per protestare contro il regime di detenzione speciale a cui è sottoposto nel carcere di Sassari e contro l’istituto dell’ergastolo ostativo. Il 6 luglio scorso il reato di “strage contro la pubblica incolumità” per cui era stato condannato è stato riqualificato dalla Cassazione in “strage contro la sicurezza dello Stato”, nonostante le azioni di cui è accusato avessero uno scopo prettamente dimostrativo, e non abbiano causato feriti né morti.


Lo sciopero della fame di Cospito ha avviato una discussione su questi temi anche tra settori della società solitamente prudenti su questi temi, denunciando l’accanimento dello Stato. La battaglia che Cospito sta portando avanti ha tuttavia la forza per aprire faglie più ampie nel sistema e un dibattito reale sulla necessità di superamento di due istituti inumani come l’ergastolo e il 41bis, oltre che dell’intero sistema dei circuiti speciali di detenzione.


Abbiamo detto che Alfredo sta lottando sia contro il 41 bis sia contro l’ergastolo - o fine pena mai, assimilabile direttamente alla pena di morte - l’istituto cioè con il quale lo Stato prende possesso del corpo di un individuo, arrogandosi la prerogativa di decidere discrezionalmente se, come e quando restituirgliela attraverso la libertà condizionale per buona condotta, senza che questi possa venire a conoscenza dei tempi e dei modi del suo eventuale rientro nel consesso sociale. Al netto della inumanità di una punizione a vita, che cancella nell’individuo le idee stesse di speranza e di possibile reinserimento nella comunità, l’ergastolo è incompatibile con l’idea di rieducazione del condannato.


Come Laboratorio Politico Iskra abbiamo deciso di aderire alla piattaforma “Morire di Pena. Per l’abolizione di ergastolo e 41bis” continuandoci ad impegnare quotidianamente per un futuro superamento dell’intera istituzione carceraria, mero strumento di confinamento della marginalità e della povertà (basta vedere da chi è oggi costituita la grande maggioranza della popolazione carceraria, e quali sono i reati di cui questi detenuti sono accusati) nonché di controllo e punizione rispetto a tutte le potenziali conflittualità sociali.


“Morire di pena. Per l’abolizione di ergastolo e 41bis” è una piattaforma di sensibilizzazione e rivendicazione che punta all’abolizione di questi due istituti e dei circuiti speciali di detenzione. La piattaforma nasce a seguito di un’assemblea svoltasi a Napoli che ha visto protagoniste tutte le realtà militanti e sociali in lotta contro il carcere o per la tutela dei diritti dei detenuti, coinvolgendone poi altre sul territorio nazionale. L’obiettivo è quello di allargare la consapevolezza – attraverso iniziative di analisi e discussione, e azioni mediatiche e politiche – rispetto alla necessaria eliminazione di ergastolo e 41bis, sollecitando anche i più prudenti settori sociali citati nella prima parte di questo documento a prendere esplicitamente posizione. Un percorso che immaginiamo lungo e difficile, ma possibile, considerando le fratture che gli accadimenti recenti hanno reso oltremodo visibili.


Alfredo resisti, siamo con te!


No 41bis, No ergastolo!

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