top of page

SULLE GIORNATE DI NAPOLI E SULLE NECESSARIE PROSPETTIVE FUTURE

Se questa è la base di partenza nulla ci è precluso


 

Ci siamo presi un po' di tempo per scrivere questo editoriale e non solo per le dolorose contingenze che hanno colpito la nostra comunità nelle scorse ore.

A Napoli è successo qualcosa di molto importante e merita una riflessione approfondita pur sapendo che sarà impossibile restituire nella sua interezza e la sua la ricchezza del fine settimana di lotta appena trascorso. Ma andiamo con ordine.

La mobilitazione del 5 novembre e l'assemblea a Bagnoli alla Casa del Popolo di Villa Medusa la mattina seguente, sono innanzitutto il frutto di un percorso di costruzione portato avanti da mesi intorno a parole d’ordine di classe e conflittuali.

Mesi fa il movimento dei disoccupati si è fatto promotrice, assieme al collettivo di fabbrica della Gkn, di un appuntamento di convergenza ed insorgenza a Napoli per rafforzare nel fuoco quotidiano della lotta di classe l'unità tra lavoratori e disoccupati, ribadendo il rifiuto netto di pagare i costi della crisi e del carovita in continuo aumento e provando a dare un reale segnale di opposizione alla ennesima escalation imperialista. Tutto dimostrando quotidianamente la volontà di non fermarsi di fronte agli attacchi repressivi a cui il movimento viene costantemente sottoposto.

Da quel momento si è innescato un meccanismo di crescita, allargamento e rafforzamento collettivi in vista di un grosso corteo nazionale che non servisse soltanto a mettere la x sul calendario dell'autunno.

L'appuntamento di Napoli è stato costruito ed immaginato come step importante nel processo di ricomposizione di classe in tutta Italia e di confronto tra avanguardie e realtà di lotta molte delle quali, fino a qualche mese fa, probabilmente mai avrebbero parlato fra di loro. Ma uno degli elementi importanti da sottolineare è il superamento degli argini classici degli ultimi anni che hanno visto Napoli come punta estrema del dibattito politico. In questi mesi invece, grazie ad un Tour politico che ci ha visto a Catania, Palermo, Bari, Taranto, Cosenza, abbiamo riscontrato che a Sud del capoluogo campano esiste la volontà di conoscersi, confrontarsi e diventare protagonisti di ciò che si sta provando a mettere in campo.

Realtà, lotte, proletari e proletarie condividono la stessa urgenza di organizzarsi per affrontare i costi sociali della crisi capitalistica che al Sud acquisisce per motivi storici condizioni drammatiche, opponendosi ai governi di ieri, di oggi e di domani sempre pronti a tutelare gli interessi di padroni e Confindustria.

Tutto ciò si è concretizzato in una piazza di 20.000 persone che, chiara nei contenuti, organizzata e determinata dal punto di vista della autodifesa, si è assunta collettivamente azioni di lotta incisive contro alcune catene della grande distribuzione, fuori la sede dell'Enel Energia e del Banco di Napoli, ad uno dei varchi d'accesso del Porto di Napoli fino ad arrivare con i disoccupati e le disoccupate all'ingresso del Comune di Napoli.

Questo è avvenuto nonostante la mobilitazione di Napoli sia stata messa oggettivamente in difficoltà (non solo dalla pioggia) dalla convocazione in corso d'opera della "piazza della pace" a Roma ("pace a mano armata") solo all’indomani dell’insediamento della Meloni al governo. Tantissime persone genuinamente hanno visto il corteo di Roma come l’appuntamento giusto dove poter andare a "gridare per la pace". Ben diversa era invece l’intenzione dei promotori: l'affastellato mondo delle associazioni e del “terzo settore” gravitante per lo più nell’orbita del PD, della Cgil e della sinistra di stato sulla base di un appello che evitava, volutamente, anche solo di menzionare il fatto che il governo italiano, fin dal mese di febbraio, è uno dei più accaniti e ferventi sostenitori dell’invio di armi sul territorio ucraino e che, quindi, sta operando in maniera chiara ed esplicita per la guerra e non certo per la pace. A differenza dell'ambiguità delle forze politiche che continuano a finanziare guerra e spese militari e da sindacati complici nell' immiserimento della classe lavoratrice, il corteo napoletano ha dato voce alla rabbia organizzata di chi ha vissuto e continua a vivere gli effetti più nefasti di questa crisi e di questo sistema in fase di putrefazione.

La città è stata cassa di risonanza degli sfruttati, degli oppressi dalle politiche di macelleria sociale operate e pianificate negli ultimi decenni da tutti i governi assieme alle istituzioni sovranazionali della borghesia. Questo è stato possibile grazie al "richiamo" di Insorgiamo a Napoli, al grosso investimento dei lavoratori e lavoratrici del Si Cobas impegnati in questi giorni a rispondere agli ennesimi attacchi repressivi delle varie Procure, all'impegno del Fronte della Gioventù Comunista, alle dichiarazioni della campagna "Non Paghiamo", degli attivisti ed attiviste di Fridays For Future, dei movimenti per il diritto all'abitare romano, di altre organizzazioni del sindacalismo di base ed alle tantissime realtà ambientali, studentesche, antirazziste, territoriali, trans femministe, anti carcerarie che non riusciamo a menzionare che si sono impegnate nella stesura e pubblicazione delle dichiarazioni congiunte che ne hanno allargato visibilità e partecipazione.

L’assemblea di domenica mattina a Villa Medusa, partecipata da circa duecento persone, che non voleva né poteva sostituire quelli che saranno altri momenti di confronto e bilancio delle date di convergenza e delle mobilitazioni di Bologna e Napoli, ha confermato la necessità di continuare a rafforzare la processualità in atto per essere all’altezza della fase che stiamo vivendo.

Il corteo e l'assemblea neanche per un secondo hanno rischiato di somigliare alla vuota e simbolica scadenza da ripetere ogni anno, rappresentando invece uno step di rafforzamento di una processualità in divenire. La stessa partecipazione all'assemblea di organizzazioni e realtà che non hanno contribuito dall'inizio a questi momenti di mobilitazione dimostra l'ampio respiro del processo in atto.

Anche la condivisione dei prossimi step mobilitativi è stata frutto di una discussione serrata e ricca di spunti di riflessione, non certo una semplice comunicazione di una serie di appuntamenti a cui si chiedeva sostegno e adesione formale.

  1. La giornata studentesca nazionale il 18 novembre;

  2. La manifestazione nazionale a Roma del 26 novembre contro la violenza sulle donne;

  3. Un incontro al sud a metà novembre

  4. Lo sciopero nazionale diffuso sui territori per il 2 dicembre che dovrà collegarsi agli scioperi generali che a livello internazionale si stanno sviluppando come quello di 24 ore che si sta svolgendo, mentre scriviamo, in Grecia contro guerra, carovita e repressione.

  5. La manifestazione nazionale del 3 dicembre a Roma contro la guerra e le sue ricadute sociali.

È risultato evidente la necessità di una reale assunzione di questi appuntamenti per poter continuare ad animare in maniera conflittuale e collettiva i prossimi mesi.

Questa due giorni ci dice anche altro e qui permetteteci una piccola digressione.

A distanza di tempo possiamo dire che il tentativo di collegare e far parlare tra loro -in piena emergenza pandemica ed economica ad essa legata- avanguardie politiche, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici combattivi e sindacalismo conflittuale, ha fatto in modo che si innescasse, nel fuoco concreto delle lotte, un lungo processo di un’unità di intenti, di idee e di azione tra i movimenti e le organizzazioni.


Emerge una generalizzata volontà politica di alimentare il dibattito franco ed aperto, condividere pratiche ed azioni, unirsi attorno ad una piattaforma generale di lotta con nuovi strumenti di agitazione e una propaganda pubblica.


Un programma che punti a unificare milioni di sfruttati e sfruttate, aggregando attorno ad essi/e la maggioranza della società adoperandosi quotidianamente per concretizzare la massima mobilitazione generale unendo le varie battaglie rivendicative attorno ad un unico programma che abbia come orizzonte il superamento di questo modello economico, produttivo, sociale.


Si è condivisa la necessità di rendere quotidiano il significato di convergenza ed unità di classe aprendo un nuovo scenario politico, organizzando un’opposizione di massa contro l'economia di guerra, la devastazione ambientale, per il blocco delle bollette e dei prezzi alimentari uniti alla lotta per forti aumenti salariali per far fronte al carovita. Tutto potendo contare sull'ineliminabile necessità del grigio lavoro quotidiano e sull'arma dello sciopero diffuso sui territori e nei luoghi di lavoro.


Ci sembra evidente che, se con questi presupposti si dovesse riuscire a rafforzare la processualità in atto, anche parlare dell'urgenza e della costruzione dell'organizzazione di classe non sarà più semplice argomento di dibattito.

Senza una forza organizzata capace di "fronteggiare" la complessità della situazione non può esserci un movimento di classe che sappia costruire collettivamente una resistenza e un'offensiva attiva ai piani del padronato e ai suoi progetti di ristrutturazione economica e politica.

L'organizzazione oggi deve essere lo strumento indispensabile per un deciso e capillare lavoro fra le masse e lotta, senza il quale non vi può essere rottura/processo rivoluzionaria con il sistema capitalista-imperialista.


Il salto di qualità da condurre è duplice: da movimento spontaneo a movimento organizzato, dalla lotta singola a lotta sociale complessiva.

La capacità e la necessità di superare le difficoltà “strutturali” – con lo sviluppo della scienza, la centralizzazione dei mezzi di produzione e socializzazione dei mezzi di produzione- hanno reso questo sistema sociale ed economico “gravido” di una nuova società senza classi e liberata dal vincolo di proprietà.


Il capitale però, pur incontrando difficoltà sempre maggiori, riesce a rivoluzionare incessantemente il processo produttivo e il modo materiale di produzione, lasciando inalterati i rapporti sociali di dominio che consentono l’estorsione di plusvalore.

Dinanzi alle sfide dell’oggi pensiamo che sia lo scontro di classe a formare una piccola frazione cosciente che si ponga l’obiettivo di ricomporre dall’interno i vari strati di classe, sviluppando autonomia e coscienza politica capace di mettere in discussione i rapporti capitalistici borghesi, i loro interessi e lo stato che li difende e rappresenta.

Tutto ciò deve essere connesso allo sviluppo raggiunto dalle condizioni oggettive e soggettive della classe e, fondamentale, alla realtà storica con cui il processo rivoluzionario si deve confrontare.


Condizioni ed esigenze che mutano collettivamente e che hanno bisogno di una constante rielaborazione se non si vuole essere travolti dai rivolgimenti.

Siamo dinanzi ad un compito molto complesso se pensiamo, ad esempio, che la parola d’ordine della unione della classe lavoratrice a livello internazionale punta a spezzare l’isolamento delle sezioni nazionali della classe imposte dall’attuale sistema di produzione, nonostante l'internazionalizzazione e l'interconnessione delle filiere produttive.

L'esigenza di organizzazione va condotta su un nuovo terreno quindi: quello della lotta al capitalismo nella sua complessità di rapporto sociale, sintesi tra forze produttive e rapporti di produzione.

È molto difficile ma non è impossibile soprattutto se continuiamo a considerare la lotta anche come rivoluzione incessante di rapporti personali e collettivi. Abbiamo cominciato questo editoriale sottolineando la difficoltà che avremo incontrato nel riportare la complessità di quanto accaduto sabato e domenica a Napoli.

Pensiamo sia invece letteralmente impossibile rendere percepibile è comprensibile a parole "l'umanità nuova" che si è respirata tra le file del servizio d'ordine, nella testa disoccupati/operai, nei vai spezzoni, la sera a Villa Medusa tra cena, canti e balli e il giorno dopo al sole che riscaldava bagnoli dopo due giorni di pioggia battente, durante l'assemblea dove si respirava voglia di confronto e di condivisione, a pranzo prima che tanti e tanti si mettessero in viaggio.


Se questa è la base di partenza nulla ci è precluso.

Il momento delle attese e delle titubanze è finito: facciamo sentire la nostra voce, organizziamoci, uniti/e vinciamo!

5 views0 comments

Comments


bottom of page